ISIS: Che fare?


Dal blog di Beppe Grillo un convincente pensiero espresso dal deputato M5S Alessandro Di Battista dal quale si ricava un punto di vista illuminante sul mondo arabo, assieme al percorso storico di un secolo fatto di ingerenze del mondo occidentale, specialmente di quello americano:

 
Dagli anni ’20 ai ’60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell’ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l’odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l’influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l’invenzione folle del Regno dell’Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell’Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.
La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l’allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l’assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all’ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L’Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell’ENI di quegli anni.
Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d’obbligo, se non altro per capire quanto, dall’invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E’ successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l’Iran, si stata avvicinando a Qasim quest’ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall’ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un’opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l’indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l’affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.
Il futuro è nero, come l’oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolio” Eric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell’Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l’ex-leader del partito Ba’th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l’impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l’enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L’istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L’amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all’epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni ’80 Washington era preoccupata dall’intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del ’79.
Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all’Iran gli USA finanziarono tra l’altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l’URSS – la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell’industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell’epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall’avanzata dell’ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all’Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l’esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnareBassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l’intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L’operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un’eccessivo indebolimento dell’Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.
L’11 settembre
L’attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L’Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l’Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l’Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell’ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l’imminente attacco all’Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c’è l’inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L’avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell’ISIS è soltanto l’ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l’Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.
Cosa fare adesso?
L’ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l’esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E’ evidente che la comunità internazionale e l’Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.
1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l’intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l’hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L’Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell’ALBA, della Lega araba, l’Iran, inserito stupidamente da Bush nell’asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l’UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell’abbattimento dell’aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull’Iraq.
3) L’Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L’economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 laLockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell’Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell’ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l’Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L’Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E’ logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L’Italia dovrebbe porre all’attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del ‘900. L’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all’ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l’insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L’Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L’energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre».” Alessadro Di Battista
Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull’assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l’attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l’Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch’egli colpevole di aver nazionalizzato l’industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest’ottica va letta l’invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all’intermediazione criminale di Dell’Utri.

Il PM Di Matteo sul 416 ter del Codice Penale

Il PM Di Matteo sul 416 ter del Codice Penale

Di seguito il giudizio espresso dal PM Di Matteo sulla riforma del 416-ter che regolamenta la pena in caso di scambio elettorale politico-mafioso:

Negli scorsi giorni c’è stata la riforma del 416 ter sul voto di scambio. Che opinione ha di questa riforma?
Rispetto a quanto da anni molti magistrati, io compreso, auspicavamo la riforma che è stata approvata rappresenta un’occasione perduta. Si sarebbe potuto e dovuto fare di meglio. Era molto più incisiva la prima versione uscita dal Senato che prevedeva una punibilità dell’accordo consapevole anche quando la parte politica si fosse limitata alla semplice promessa di una disponibilità futura. La diminuzione delle pene rispetto all’ipotesi originaria è un dato molto negativo, così com’è negativo che si verifichi una situazione per la quale lo scambio politico-elettorale e mafioso venga aprioristicamente considerato meno grave rispetto a qualsiasi altra condotta di appartenenza a Cosa Nostra. Oggi l’ottantenne affiliato a un’organizzazione mafiosa ma magari non più operativo e completamente ai margini dell’attività criminale può essere condannato alla pena giustamente rigorosa al 416 bis. Un politico che consapevolmente stringe accordi con il mafioso in vista della sua elezione viene condannato con pena molto più lieve. Questo è frutto di un gravissimo pregiudizio culturale che avverte la pericolosità della mafia soltanto nell’ala militare, nel picciotto, nell’affiliato puro e ritiene invece meno grave i fenomeni di collusione tra mafia e politica che dovrebbero invece essere aggrediti.

Fonte:  
http://www.antimafiaduemila.com/2014041849081/primo-piano/stato-mafia-parla-di-matteo-qspero-sia-lultimo-tentativo-di-spostare-il-processoq.html

La riforma cui fa riferimento il PM Di Matteo è la legge 17 aprile 2014, n. 62, messa a punto dal Governo Renzi e osteggiata fortemente dal M5S.

Marchionne e la teoria del chi fa e del chi lascia fare.

Finalmente Marchionne s’è svelato. Quel che aveva segretamente pianificato nella sua mente, ossia l’operazione spietatamente anti-nazionalista ma dannatamente proficua, come vuole una buona politica aziendale basata sul massimo profitto col minimo dispendio, è bell’e servito su un piatto d’argento. Adesso perché ci stupiamo se lo scaltro dirigente guarda la Serbia, dove la busta paga mensile di uno schiavo, pardòn, lavoratore, è di 320 euro ? Voi cosa avreste fatto al suo posto ? Vi sareste appropriati di tutti gli aiuti di stato per tirare avanti la carretta, e senza ringraziare, a fine pacchia, avreste dato il benservito, trincerandovi dietro gli interessi della vostra azienda. Logico.
Beh, lui almeno fa legittimamente i suoi interessi e quelli dei suoi azionisti, mentre i rappresentanti politici e sindacali, ai quali gli italiani hanno affidato la gestione degli interessi della nazione, si son dati tutti la qualifica di ricercatori di asparagi, rango oltre al quale non aspirano più ad avanzare.


Le liste bloccate

Le liste bloccate sono una sbeffeggiatura per l’elettore. L’unico modo per aggirarle è votare partiti nuovi, dove non sono presenti i soliti attori della politica italiana. Chi non vuol comprendere questo concetto, si merita le stesse facce che da decenni riscaldano le sedie delle aule parlamentari senza che abbiano veramente preso a cuore la questione Italia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/26/legge-elettorale-cicchitto-terzo-dei-parlamentari-con-liste-bloccate/334233/

Attività sanitarie del Goveno Monti

Nelle prossime settimane il Governo Monti darà corso alla Fase 2 del risanamento economico della nazione. In migliaia di piazze di tutta la penisola saranno allestiti altrettanti gazebi dove medici autorizzati dal Ministero della Salute provvederanno a riscuotere l’ultima tranche del contributo ai partiti a mezzo prelievo del sangue, cui si dovranno sottoporre tutti i cittadini italiani.

IL GRANDE BLUFF

 

Rendiamoci conto che la Casta Politica ci prende per i fondelli. Da sempre.

La Costituzione Italiana ci da il potere di espressione di volontà col diritto di voto. Da questa espressione deriva una scelta di cui, chi ci governa, non può esimersi dal tenerne conto. 

Perché ci ostiniamo a sottovalutare questo strumento? Cosa avremmo da rimetterci se provassimo a farne buon uso, uno volta tanto? 

Crediamo che scendere in piazza a manifestare possa essere convincente per i nostri interlocutori, crediamo che incatenarci davanti al cancello di qualche palazzo istituzionale possa commuovere la sensibilità dell’opinione politica, crediamo che darci alle fiamme possa punire i responsabili di chi ci ha relegati nell’impotenza. Ma invece perché non apriamo gli occhi e constatiamo che azioni, come quelle appena elencate, come lo sciopero di piazza o le esternazioni dei Forconi, fanno solamente il gioco dei politici che si trincerano nelle rassicurazioni del loro semplice prendere atto di un malcontento di massa, senza che ne discenda una conseguente azione adeguata? Perché sappiamo, oramai, che le promesse non sono che promesse e tali rimangono, e il gioco del rimpallo delle responsabilità è troppo vecchio per risultare credibile.

Oggi il livello di sopportazione ha raggiunto valori insostenibili, e malgrado l’evidente grido che si leva dal popolo, si legifera a pieno favore dei partiti e controcorrente alla volontà degli elettori, come se nulla fosse, come se non esistesse la democrazia ma una tirannia dalle nefaste condotte perpetrate da quei pochi fortunati che hanno preso possesso del potere e che nessuna etica riesce a farli rinsavire. La speranza, quella di una decenza che possa prevalere sul tornaconto personale, si è sbriciolata anche davanti all’incontenibile ingordigia dei nostri rappresentanti parlamentari. Sembra quasi che l’arraffa-arraffa spudorato degli ultimi mesi assomigli all’atto concitato di chi si riempie le tasche in previsione delle vacche magre, un attimo prima che il povero cittadino si illumini per una facile individuazione del grande bluff della politica.

Il problema di individuare un efficace antidoto alla manipolazione delle nostre volontà democratiche è presto risolto, semplicemente realizzando il coordinamento delle intenzioni di condotta di tante persone in un unica azione, coincidente nei modi e nei tempi

Sembra l’uovo di Colombo, ma in realtà non traspare facilmente agli occhi di tutti, forse perché non si nutre fiducia negli altri, perché le nostre azioni appaiono come atti solitari, quindi inconsistenti, di fronte all’opera concreta della massa, tanto da partorire quell’intramontabile luogo comune “Armiamoci e fate la guerra“.

Allo stato attuale ci rimangono solo due carte da giocare. La prima è la rivoluzione, migliore espressione dell’azione dei Forconi, risultata quest’ultima una semplice rappresentazione di un simbolo del passato non certo in grado di cagionare alcuna pressione politica, se non al sistema nervoso del cittadino. E’ una carta da giocare con lo stato di disperazione acquisito, a cui non siamo ancora approdati, status che è prossimo da addivenire.

La seconda carta è l’espressione di un voto, alle prossime elezioni politiche, in una forma così eclatante che non può rimanere sottaciuta, né trascurata, anche dalla stessa casta in carica, un imprinting devastante, contro ogni regola storica. Potrebbe essere il non-voto, oppure il voto a partiti di infima rilevanza, ma attuato con una sincronizzazione di massa mai vista e mai paventata prima d’ora.

C’è ancora tempo, per riflettere, per organizzare, per agire.

(L’Italia è del Popolo)